Pearl Jam: “Ten” (1991)

24 09 2008

Titolo: Ten
Autore: Pearl Jam
Anno: 1991
Best Songs: Alive, Even Flow, Jeremy, Black
Voto: 8,5
Alive sarà il brano più suonato dei PJ nei live

Dire Pearl Jam vuol dire molto e tanto. Non c’è un concetto preciso che indichi la band, se non quello solo temporale di “grunge”, in quanto la band nasce a Seattle, dalle ceneri di due band: Green River e Mother Love Bone. Il grunge fa parte del loro DNA, ma in realtà il loro sound, pur non prendendo veri spunti dal passato, si ricollega in maniera migliore ad un rock poetico anni ’70 quale quello di Neil Young, distaccandosi considerevolmente dalle band contemporanee, nonchè conterranee, come Nirvana, Soundgarden e Alice In Chains.
“Ten” è un album innovativo, mai ascoltato, nuovo, che pur provenendo da un passato rock delle due band nominate in precedenza, ben riesce a dare un senso di nuovo. In realtà il merito credo vada proprio alla fusione di più caratteristiche personali dei singoli elementi della band, apparentemente e storicamente più distaccati nel sound, che riescono a dare questo “frullato” di suoni con un risultato davvero sorprendente. Nonostante un Eddie Vedder alle prime armi e nonostante questo sia solo l’inizio di una carriera sempre più povera (per quanto riguarda vendite di dischi), ma al contempo sempre più professionale, “Ten” è un album che ha lasciato il segno e che, tuttora, sa dire il fatto suo.
Consiglio fra parentesi: lettura dei testi originali (diffidate delle traduzioni, anche delle migliori!)

1- Once
Il primo brano di quest’album ha un’introduzione fatta di suoni, alla “Money” dei Pink Floyd (per farci un’idea), che ben presto si trasforma in un inizio alquanto devastante con un sound grintoso e una tempistica da pogo. “Once” fa parte del trittico delle prime tre song dell’album: Once, Even Flow, Alive. Presentano tematicamente un racconto unico, di un ragazzo… beh, a voi la traduzione dei testi. Sicuramente l’introspezione di Eddie si manifesta da subito, e questo ne è l’indice. Il serfista-benzinaio neo arrivato è senza dubbio l’innovazione radicale rispetto al resto. E “Once” ne è la prima prova. Ma non è che l’inizio. Un pezzo esaltante, con un sound atipico per quel periodo.

2- Even Flow
Per gli amanti della chitarra, ecco un brano che farà la storia. Alla pari di “Alive”, plurisuonata da una marea di band nel proprio garage, “Even Flow” è un pezzo che diverte, che esalta le doti della band, le melodie della chitarra (e non per nulla è uno dei brani inseriti in Guitar Hero) che McCready, col suo stile palesemente ispirato ad Hendrix, è in grado di far vibrare in ogni parte del brano. Chicca consigliata: ascoltare i live dove il brano dura più del doppio e dove nella parte centrale la “new entry” Matt Cameron (ex Soundgarden!!!) regala assoli mozzafiato alla batteria.

3- Alive
Bene, parliamo del brano storico della band. Posta come conclusione del trittico a tema dell’album, “Alive” è senza dubbio la canzone che più rappresenta quello che c’è di grunge nei PJ. Non tanto come “grunge” inteso nella terminologia angloamericana, ma come filosofia di vivere e di suonare in quegli anni. Forse non sarà un caso che gli accordi del ritornello richiamano perfettamente quelli di un altro brano famoso di quegli anni: “Man In The Box”, a sua volta brano storico degli Alice In Chains. Sarà un caso? Sarà che quei quattro accordi in successione erano la chiave dell’espressione e del grido rabbioso di una depressione che colpì i musicisti a Seattle? Quattro magici accordi (Mi-, Sol, Re, La) che, nonostante le sonorità positive, rappresenteranno per sempre due ritornelli storici del grunge. E non è poco!
“Alive” è simboleggiata dal riff di chitarra iniziale che invita la band a suonare il brano: un paio di note, degli stacchetti ed ecco che placida si avvia all’esecuzione. Eddie Vedder canta libero nelle strofe, per poi sfogarsi in un ritornello in attesa di una chitarra che risponde (sul RE e sul LA). La grinta non manca, ma anche la calma di una chitarra acustica a spezzare la canzone dopo il secondo ritornello, direi, non è niente male. Per non parlare dell’assolo finale, lungo, melodico, pentatonico!!! “Alive” è senza dubbio un brano che merita i primi posti delle classifiche di tutti i tempi, per gli amanti del genere e non. Un brano da 10 e lode.

4- Why Go
Un quattro quarti carico e con dei levati incalzanti dà il via alla quarta canzone dell’album. Violenta, aggressiva, con delle distorsioni allegramente suonate, funkeggianti, sulla scia del miglior Stone Gossard, col solito Mike che regala singole note, apparentemente mal suonate, che arricchiscono quella che è l’andatura della canzone prima del secondo ritornello, con Eddie gridante “Why go on?!”, andando ad introdurre un assolo degno dei migliori chitarristi che suonano con la chitarra ciò che davvero sentono, ciò che provano, come fosse sempre improvvisato, diretto. Ottimo brano, tra i migliori ed esaltanti dei PJ.

5- Black
Benvenuti nella poesia dei PJ. La band sarà solita riprendere tempi e suoni di questo brano, quasi ad indicare che le migliori ballate sono solamente canzoni rock cantate con una poesia. E “Black” è una delle più belle della band. Leggera nelle strofe, accattivante e triste nei pre-ritornelli, con un distorto triste che incide gli accordi, e poi, fantasticamente, un piano accompagna Eddie nelle melodie dei ritornelli. Semplice batteria che accompagna enfaticamente il brano, così come il basso. Mike riesce a non metterci TROPPE note e con dei bei riff puliti sulle strofe le chitarre fanno poesia. E, per chi vuole una melodia sempre in testa, le note del piano poi riprese dalla chitarra verso fine canzone, con Eddie che si sgola in una specie di torpiloquio, sono consigliate altamente! Un brano che riesce a dare una sensazione di continuità, di suono sotto effetto di droghe, di sogno. “Black” è una canzone come poche altre al mondo, e sicuramente il suo contributo in un alto voto dell’album è sostanziale. Ripeto: pura poesia. I coretti in “U” sulla parte finale accentuano l’enfasi del brano. Scommetto contro chi dice che questo brano non resta in mente anche per giorni!

6- Jeremy
E quando uno si aspetta che, in un album di esordio, i brani migliori siano finiti, ecco “Jeremy”. Dopo “Alive”, sicuramente è il pezzo più conosciuto dei PJ. Anche quì troviamo sonorità e melodie che renderanno unica la band nel mondo della musica. Un grande Eddie Vedder indica la possibilità di esprimersi al meglio in un brano. E quale meglio di “Jeremy”? Anche qui il riff di chitarra, quasi alla pari di quello di “Alive”, resterà nella storia. Il punto forte del brano è una conclusione lunga (quasi 2 minuti sui 5 totali), condotta da un’apoteosi di strumenti, voci lontane e incrociate, rullante, chitarre al limite del paranoico.

7- Oceans
Semplici accordi accompagnano in una leggerezza musicale la voce di Eddie Vedder. Un sound sobrio, quasi freddo, poco grunge, molto Neil Young. Effetti alla voce, sospensione dei strumenti, accordi e cambi tutt’altro che scontati. Un brano che scivola via, che accompagna l’ascoltatore ad un attimo di pausa, di innata calma, per due minuti e mezzo…

8- Porch
…facendo tornare il grunge quasi improvvisamente. “Porch” è la canzone di spinta nella seconda parte dell’album. Un Eddie Vedder a briglie sciolte canta quasi rappando, com’è nel suo stile ed inteso nel senso più stretto del termine (non fa rap, non mi fraintendete!!!). Innovazione, grunge, rock anni ’70 sono i sound che emergono in questo brano. Un assolo povero ed espressivo ne è il lampante esempio.

9- Garden
L’arpeggio iniziale apre il brano a chiare e rilassanti vedute. Sonorità che effettivamente aleggiano nelle strofe, ma il ritornello, per quanto possa esserci qualcosa che traspare come calmo, in realtà le distorsioni, la batteria più incisiva e la voce di Eddie, regala un impatto “grunge depresso”, tipico del 1991… :D
L’assolo, ancora una volta Hendrixiano, è davvero musica cantate, una chitarra parlante, un cuore col plettro…

10- Deep
Degno del miglior grunge rock in circolazione, è un pezzo brioso, quasi esagerato, al limite della pazzia, altalenante nelle sonorità. Non molto conosciuto forse a causa delle basse posizioni nell’album, è comunque un brano nel quale i PJ tendono a rockeggiare in maniera poco inedita ma molto divertente.

11- Release
Lenta e poetica conclusione per un grande album. E’ un brano tipico B-Side, anche se nei successivi PJ ci sarà più “Release” che “Jeremy”, per intenderci. Un brano scorrevole, ululato, particolareggiato da feedback di chitarra. Una buona conclusione. Non eccelsa, ma buona. Sempre grandi Pearl Jam, fino in fondo, comunque. Poi una pausa… e… SURPRISE! A voi l’ascolto





Stone Temple Pilots: “Core” (1992)

20 09 2008

Titolo: Core
Autore: Stone Temple Pilots
Anno: 1992
Best Songs: Dead And Bloated, Creep, Plush, Sex Type Thing
Voto: 7,5
E’ l’album più venduto dei STP e l’album più venduto di tutti i tempi negli Stati Uniti. Le vendite di questo album sono state favorite dal singolo “Plush”, che ha vinto il Grammy Award nel 1993. [fonte Wikipedia]

Parto chiedendo scusa al mondo intero per il fatto che, sinceramente, quest’album è stato fra gli ultimi che ho scoperto. Così come la band. Per me, dunque per assurdo, ci sono stati prima gli Stone Temple Pilots come gruppo di cui aver ascoltato qualcosa senza averne apprezzato nulla, poi i Velvet Revolver per il grande Slash e poi su Virgin Radio trasmettono “Creep” e da questo nasce l’amore. Ascoltai l’album e ne rimasi a dir poco folgorato. Si tratta di un capolavoro, di un album completo, di un impatto, sia pur molto simile agli Alice In Chains e ai Soundgarden, particolare ed estroso, a mio avviso.
Si narra che Scott Weiland abbia registrato quest’album e “Libertad” (Velvet Revolver) da sobrio, a differenza di tutte le altre incisioni. Fantastico direi…
Vengono considerati “grunge”, nonostante la loro lontananza da Seattle (nascendo a San Diego come band e crescendo a Los Angeles), per il loro sound molto metal e crudo al contempo, anche grazie alla voce inedita e quasi volgare di Scott.

1- Dead and Bloated
La prima canzone. Come evidenziato dagli appunti iniziali è una delle quattro canzoni che più mi ha colpito in quest’album. L’inizio è da restare a bocca aperta: avvio cantato ad effetto radio o comunque voce lontana con effetto megafono, e poi una secca batteria invita le distorsioni delle chitarre a dare il via ad un brano senza dubbio duro, accattivante. Strofa cattiva, variazioni nelle strofe corali da pelle d’oca e, dulcis in fundo, un ritornello davvero stupendo per sonorità, melodia, leggerezza di spirito e voglia di urlarlo. Stupendo brano.

2- Sex Type Thing
In questo brano, per uno come me che ha fatto un percorso a ritroso partendo dai Velvet Revolver, forse non a caso si sente immediatamente un riff familiare. E’ davvero un riff alla “Slither” (Velvet Revolver) quello che apre le danze nel secondo brano dell’album e ci accompagna nelle strofe. Forse grazie al flusso rock anni ’80, però ci ritroviamo davanti ad un ritornello molto melodico e, anche questo, da urlare a squarciagola in camera, accompagnato da accordi aperti dove i migliori capelloni getteranno le chiome verso la schiena guardando in alto.. ad occhi chiusi gridando le parole del ritornello. Questo sarà uno di quei brani che faranno la storia della band.

3- Wicked Garden
La terza traccia, a mio parere, richiama un sound un pò più vecchietto, malinconico, con qualche riferimento casuale ai Pearl Jam e ai Soundgarden. Venature forse impercettibili che mi riportano a pensare un grunge più seattleiano e più indicativo di quegli anni. Un ritornello cantato in maniera, invece, malinconica e cantilenosa, mi porta a pensare al buon Staley degli Alice In Chains. Forse, e quasi sicuramente, impressioni sbagliate, che però, ahimè, mi portano a svalutare questo brano. Forse ascoltato senza conoscere le band sovracitate sarebbe stato d’aiuto.

4- No Memory
E’ un brano strumentale di 1 minuto e 22 secondi circa. Un arpeggio con chorus. Particolare e semplice allo stesso tempo, mi piace considerarlo come l’inizio potenziale di una canzone mai terminata o, in maniera più ovvia, un intro falso della quinta traccia dell’album.

5- Sin
Il titolo del brano è una etichetta della band o, comunque, della vita che faranno. Canzone ritmata nel puro stile grunge, quasi prematuramente post-grunge, che musicalmente segue ancora una volta un filone prettamente Soundgardeniano, se mi è permesso il termine, ben distante però dalle prestazioni vocali del buon vecchio Cornell. Credo che, a prescindere dall’inquadratura iniziale, “Sin” sia comunque un brano che non trova giusti sfoghi, corrette espressioni, tanto meno le giuste potenzialità per lasciare un segno all’interno dell’album, se non per un riff di chitarra col chorus con una batteria su charleston leggera, che regala al brano un tocco di personalità. Il calando verso la fine della canzone, inoltre, è di una semplicità e banalità che impoveriscono ad un primo ascolto la canzone, rendendola poi non molto più particolare di quanto non sia, anche a causa di un assolo poco orecchiabile, ma che personalmente ritengo molto adatto alla base che gli si presta.

6- Naked Sunday
E qui si parte sulle sperimentazioni, su un’impronta più emotiva della band, più effetti, più groove, una rabbia scandita che sembra ben coinciliarsi con quella che poi risulta essere la natura della canzone. Le grida principali, a mò di ritornello, insieme ad un wah-wah non mal disposto, rendono il brano personale e molto grintoso. Uno di quei brani che, comunque, richiederebbero l’ascolto per più volte. Qui, più che mai, credo si parli di Stone Temple Pilots veri (e lo dimostra anche il fatto che tutti i componenti della band risultano autori di questo brano), con quelle che sono le sonorità autentiche non-seattleiane del periodo, come quelle di Los Angeles dei tempi (forse anche un pò dei L7 di qualche anno prima).

7- Creep
Signori e signori, vi presento la poesia. Una canzone banale per la musicalità, ma di un’espressività che raramente è possibile ritrovare in una canzone. Si tratta di una ballata sulla quale è possibile pensare solo ai propri sogni. Il testo parla di un uomo che non riesce ad essere nemmeno la metà di quello che dovrebbe. E’ davvero la “Nutshell” degli Alice In Chains o la “Something in the way” dei Nirvana del tempo, ovvero un pezzo che, sono convinto, al momento della creazione sapeva già di poter entrare nella testa di tutti. Una chitarra semplice, una batteria semplice, un basso semplice anche se ben disposto in alcune parti, una voce che, nonostante la sua spigolosità, riesce ad essere calda ed emozionante, controvoci rasenti al banale ma colme d’animosità, un cambio tra pulito e distorto ricco di sensualità musicale. Un chorus che, se non fosse stato un brano registrato nel ’92, molto probabilmente avrei tolto.
Canzone da inserire nella playlist di sempre!

8- Piece of Pie
Ancora una volta si torna ad un groove indice delle band di Seattle di un paio di anni prima. Ma anche di quello che sarà il filo conduttore in molti brani dei Velvet Revolver nel ventunesimo secolo.
“Piece of Pie” è un brano niente male, dove Scott mostra la sua estensione vocale, con quelle venature di voce schiarite e quasi soffocate, urla sibilate, che lo renderanno unico. Ancora una volta effetti alla voce in alcune parti, stile megafono. La grinta del brano è evidente anche lì dove lo stoppato e le grida ci accompagnano all’ascolto del ritornello che incomberà di lì a poco. Parte melodica presente che riporta un sound malinconico. Un assolo che, per quanto sia assolo, nel totale risulta in sordina.

9- Plush
Il brano cult dell’album. Qui si parla di Stone Temple Pilots, si parla di post-grunge, si parla di Scott Weiland come Scott Weiland e non come un sosia di qualcuno. Dolci le sonorità, le scelte di cambi di tempi, l’opzione di avere subito un pre-ritornello quasi ritornello senza dover ascoltare due strofe, anche se accade ugualmente visto che il ritornello arriverà più avanti, esattamente strutturata in maniera del tutto simile a “Dead And Bloated”. “Plush” è un brano inedito nel ’92, un brano che serviva ad aprire il mondo degli STP, ma anche di quello che avrebbero portato insieme, come la voce di Scott, le chitarre con riff anni ’80 dell’hard rock e spicchi di novità che avrebbero, poi, accantonato quasi del tutto i vari chorus e compagnia…
La canzone si lascia ascoltare, è uno di quei brani che resta impressi, è divertente, riesce ad offrirsi come grunge anche ad un pubblico più classic rock.

10- Wet My Bed
Inizio Indie, megafono alla voce, un parlato pacato e pensieroso, da ascoltare con le cuffie per goderne la musicalità, la calma, i pensieri e i concetti che il tutto, comprese le vocine in background, vogliono far trasparire. Una chitarra incalza, così come la voce. Questo è il brano: 1 minuto e 38 secondi. Compito a casa (per chi ascolterà il brano): procurarsi il testo. ;)

11- Crackerman
L’album sta per concludersi ma, si sa, gli ultimi brani negli album sono sempre quelli più espliciti delle band, forse i meno studiati, quelli che comunque sia hanno una percentuale di gran lunga minore rispetto ai primi, statisticamente parlando (NON SEMPRE!!!), di essere ascoltati e, di conseguenza, di esser valutati. “Crackerman” è un brano, e mi scuso nuovamente per il paragone, alla Velvet Revolver, vuoi per il riff e vuoi, soprattutto, per il modo univoco di cantare di Scott. Belle le chitarre, divertenti, batteria alla Guns’n'Roses. Canzone che scivola tranquillamente e non sempre potrebbe rimanere in disparte. Infatti è sicuramente da ascoltare, nonostante la sua ovvietà.

12- Where The River Goes
L’ultimo brano dell’album inizia con un groove semplice di batteria, poco dopo arricchito da un’euforia un pò insensata di chitarre. Il groove della strofa è, sfido a dire il contrario, mooooolto Soundgardeniano e dirlo nuovamente nello stesso album non è il massimo, anche se è giustificabile visto il periodo e la situation di quegli anni. Negabile il gusto per la scelta delle melodie, anche per loro stessi che non hanno inserito chissà quali novità all’interno di questo brano. Ma, in fondo in fondo, chi se ne frega… è l’ultimo dell’album. In realtà il ritornello è accattivante, grintoso, e rende il brano più personale e più unico. Ripetendomi i riff delle chitarre e il solito fade in di volume, tipically ’80-’90, rendono la canzone la tipica song da chiusura di un album.





Iron Maiden: “Killers” (1981)

19 09 2008

Titolo: Killers
Autore: Iron Maiden
Anno: 1981
Best Songs: The Ides Of March, Genghis Khan, Prodigal Son
Voto: 8
Arriva Adrian Smith. Nel ’95 viene pubblicata una seconda edizione contenente anche il brano “Twilight Zone”

Quando si parla di Iron Maiden bisogna dapprima piantare dei paletti, delle fondamenta, dei punti di riferimento che inquadrino la scena del momento. Siamo nel 1981 e gli Iron Maiden sono al secondo album, dopo il primo album omonimo che riscosse un grandioso successo. Quest’album sarà l’ultimo del grande Paul Di Anno, ma il primo per Adrian Smith. Con la copertina di Derek Riggs, sotto la guida del solito Steve Harris, gli Iron confermano il loro stile. Quest’album non avrà “l’enorme” successo del primo, ma lo considero il migliore di tutti (per quanto sia possibile effettuarne il paragone).

1- The Ides Of March
Indice di amore eterno per le chitarre, questo brano apre l’album con armonizzazioni e assoli, come a dire “Ben ritrovati, siamo sempre noi: gli Iron Maiden!”. Un pezzo di un minuto e 45 circa che esalta la vena heavy metal anni 80 della band e le sensazioni mal celate di un epico classico.

2- Wrathchild
Brano che parla di un giovane e triste rampollo di una famiglia nobile che vive con rabbia la sua vita, non avendo mai conosciuto suo padre [fonte wikipedia], è un esaltante e divertente brano, senza molte variazioni e molto spensierata nel sound e nello svolgimento. Non il massimo per aprire un album, ma gli Iron Maiden sanno che come seconda traccia, dopo “The Ides of March” andava messa una canzone “alla Iron”. E così i fans non rimasero delusi

3- Murders In The Rue Morgue
Si basa su un’omonima novella dello scrittore Edgar Allan Poe, che tratta di un fuggitivo ricercato ingiustamente per il cruento omicidio di una ragazza e di sua madre [fonte Wikipedia]. Effettivamente si tratta di un brano più saltante, con stoppati e riff tipici delle sonorità della band. Bello il ritornello cantato all’unisono con la chitarra e belli i cambi di stile.

4- Another Life
L’inizio esaltante, anticipato da una batteria e da una chitarra grezza, è davvero emozionante: un tap veloce e semplice, una introduzione alla strofa, ed eccovi un bel cocktail by Iron Maiden. Cavalcante a tratti, esaltante nell’assolo che assume una velocità di gran lunga distaccata rispetto alle tempistiche che la canzone aveva assunto fino a quel momento. Sbalorditivo Steve Harris, che si diverte con le sue quattro corde.

5- Gengis Khan
La strumentale dell’album (un topic direi ormai degli Iron Maiden, dopo Transylvania nell’album precedente), pur avendo originariamente un testo, viene preferita così. E non gli darei tutti i torti. Cambi di tempo, chitarre armonizzate, riff accattivanti, la vena epica immortale, giri di note che solo gli iron sanno fare sulla stessa base. Grandioso il cambiamento a 1°45′ circa dall’inizio: un tipico esercizio da chitarra. ESEMPLARE. E poi vai con accenni di assolo, con eco e armonizzazioni. Bellissima.

6- Innocent Exile
Un inizio un pò difficile da accogliere benevolmente ad un primo ascolto, questo brano richiama un genere un pò più rock’n'roll, o forse, per correggermi, un pò più metal anni ’70, qualcosa di già fatto, seguendo un cambio di accordi quasi banale assieme ad una voce che non sa creare davvero molto sulla linea vocale. Un assolo sporco, blueseggiato, semplice e breve, prima della variazione del cantato. Mica tanto…
Un brano mediocre, a detta di un fan sfegatato della band. Ah, ma… ecco.. si: c’è un assolo che salva tutto! Briosità, velocità, innovazione, sound, scale! Fiù, si è salvato il brano. Non che cerchi necessariamente un assolo in una canzone, ma ci voleva qualcosa di innovativo a distaccarsi da quelle sonorità molto Led Zeppelin che spuntano come funghi per tutta la canzone.

7- Killers
Inizio a cardiopalma. Semplice. D’impatto. Già “Killers” parte nei migliori dei modi. Poi un accenno di partenza, una finta, poi l’arrivo delle chitarre, la loro presentazione, la loro introduzione, scale di note a calare, riff armonizzato e uno stoppato cavalcato per la strofa: eccovi il primo minuto e mezzo della canzone. Sensazionale brano, innovativo. Quì gli Iron Maiden trionfano, tranne che per l’ovvio testo: un assassino che uccide la sua vittima. Musicalmente un capolavoro degli Iron.

8- Prodigal Son
Quasi una ballata, quasi una canzone col cuore, una di quelle canzoni che non hanno dato fama agli Iron Maiden, ma una grande canzone. Giro di basso colorito, cambio di accordi divertente, una linea vocale da pelle d’oca a mio parere e, soprattutto, uno dei più bei assoli che abbia mai ascoltato. Davvero trionfale, emozionante, sentito nel senso inglese del termine feelin’. Un brano da avere sicuramente tra i preferiti. Raccomando, nuovamente, l’ascolto dell’assolo!

9- Purgatory
Inizio niente male per un’armonizzazione abbastanza ovvia della band. Una linea vocale un pò poco libera. Esaltante alla Iron Maiden, ma non di enorme impatto. Bello il ritornello, voce e chitarra, su una base che si distacca dalla strofa. Bello il cambiamento nella seconda parte della canzone, con chitarra e voce che sembrano quasi dialogare

10- Drifter
Un brano Iron Maiden, con il basso che si diverte alquanto, il solito Harris, che danno, ahimè, un impronta un pò troppo allegra ad una canzone che in realtà non lo è. Brano tipico, dunque, senza molta innovazione. Ma è questo ciò che un fan cerca da questa band. Bello il cambiamento di tempo su uno pseudo-assolo accompagnato dalla voce ululante. L’ultimo ululo di Paul Di Anno. Carina la scala in ascesa per ritornare a quello che era il quadro della canzone all’inizio.





Alice In Chains: “Facelift” (1990)

18 09 2008

Titolo: Facelift
Autore: Alice In Chains
Anno: 1990
Best Songs: Man In The Box, We Die Young
Voto: 8,5
Facelift disco d’oro nel 1991

Uscito ufficialmente nel 1990 sotto l’etichetta “Columbia”, Facelift è il bigliettino da visita degli Alice In Chains. E’ un album indice della nascita del grunge a Seattle, ma anche la messa a punto di un nuovo stile di fare metal, più malinconico, leggermente fuso con le impronte tipiche americane del metal anni ’80. Il suono della band cambia e si definisce in “Facelift”, andandosi così a distaccare dai primi brani della band, crudi e decisi, ma pur sempre ancora legati ad uno stile più hard rock di quegli anni che a qualcosa di inedito (“Social Parasite”, “King of the Katz” e altri bootleg). Ricordo: primo e ultimo album con Michael Starr al basso.

Analisi delle canzoni:
1 – We Die Young
E’ l’indice, è l’apice, è il tutto, è un riassunto di quello che sono e saranno gli AIC. Il brano dà il via in maniera esplosiva ad un album che, come già detto, presenta il lato nuovo, grezzo e diretto della band. La chitarra di Jerry Cantrell è espressiva e chiara, cosa che andrà mutandosi poi col tempo, così come la voce di Layne Staley. La negatività è un pò messa da parte musicalmente con il riff comunque brioso, ma ripreso da una serie di seconde voci più calanti e buie.

2- Man In The Box.
Siamo ancora al secondo pezzo e, dopo essersi presentati alla grande con “We Die Young”, gli AIC spaccano tutto con la pietra miliare della loro storia e una perla della storia del rock. “Man In The Box”, nella sua semplicità di struttura musicale, nel suo testo schietto, nella quasi banalità degli accordi, è un capolavoro, esaltato dalle grida stupende di Layne durante il ritornello (sottolineo l’ultimo ritornello, con la variante della prima frase). La tematica è quasi banale, ma al contempo così esplicita da risultare tagliente: il soffocamento e la sensazione di prigionia di un uomo in una scatola. Per gli amanti consigliato il video, dove Layne sottolinea, a differenza della maggior parte dei video degli AIC, la sua voglia di fuggire e il suo senso di soffocamento rispetto al mondo. Infine l’assolo: ritenuto uno dei più belli di sempre. Che dire, Jerry e la sua G&L ci sapevano fare.

3- Sea of Sorrow
Un brano apparentemente cupo, ma molto solido, concreto. Sonorità riviste rispetto a versioni bootleg precedenti, si presenta come un brano nuovo, diverso dal metal degli anni ’80, più “aliceinchainsiano” direi. Sean Kinney sa il fatto suo e lo dimostra divertendosi ampliamente in questo brano suonato a braccetto con Cantrell e Starr. Stupende le seconde voci e un fantastico Layne.

4- Bleed The Freak
E come quarto brano un altro capolavoro del quartetto. Si tratta di un brano rock dai suoni taglienti, dai riff spigolosi e molto metal. La chitarra di Cantrell si diverte, è esplosiva, fino ad un punto più calmo, malinconico, dove il gruppo scorre come sangue nelle vene, si lascia andare, e Layne si libera con esso, fino ad una esplosione di rabbia e di urla. Molto meglio, bisogna dirlo, l’effetto della canzone rispetto alla versione precedente all’album, sia per i suoni che per i tempi che per il modo stesso di cantarla.

5- I Can’t Remember
Si tratta di uno di quei brani che mostra in anteprima quello che sarà la band in quegli anni, quello che significa “grunge” per le band di Seattle, quello che si vive. Si sentono sonorità rallentate, malinconiche, strazzianti, stancanti. Il suono degli AIC sarà proprio una implosione di rabbia che, invece di esplodere prendendo chiunque a pesci in faccia, si chiuderà dentro di se, vinto dalla rabbia stessa, dalla realtà che risulta essere troppo amara per poter esser mandata giù. Gli arpeggi e le urla di Layne, assieme ai tempi altalenanti e all’alternanza spessa dei suoni, rallentano in maniera innovativa quel senso di angoscia che si credeva conoscere, ma che in realtà non era mai stata così evidente…

6- Love, Hate, Love
…o quasi. Con questo brano gli AIC di Facelift raggiungono la profondità massima, la depressione autentica. Suoni spezzati, distaccati, tempi scanditi, vocali aperte ed urlate durante uno pseudo ritornello, arricchite da voci ancora più malinconiche in sottofondo (grande Jerry). Un brano che chiunque avrebbe fatto partire lento per far esplodere dopo, ma che in realtà non trova mai uno sfogo reale e resta sempre tale, sottotono, ricco di povertà, sprezzante di una rinascita, diffidente, capace di crogiolarsi nella sua stessa pena. Un tormento, un altro capolavoro del sound della band.

7- It Aint Like That
E da quì, a mio parere, parte l’ondata di canzoni alla Jerry Cantrell, dove chitarra, hard rock e poca depressione (PER QUANTO POSSIBILE) vanno a braccetto. Con questo brano l’album inizia quasi a rinascere, ma le due voci e gli accordi pesanti fanno si che tutto questo risulti difficile, più stancante. Anche se Layne sembra crederci (a voi capire dove…). L’assolo è inizialmente spento, ma capace di saper esprimere una nuova melodia sul brano. Valide le sonorità che Jerry Cantrell cerca di abbinare al brano, con fischi di chitarra, scale quasi dissonanti, ma, comunque, un assolo in alcuni punti quasi ovvio.

8- Sunshine
E vai con l’hard rock puro. Quì ci si diverte. Un pezzo pimpante, sempre per quanto possibile, nonostante i tempi rallentati nella prima parte delle strofe. Belli e divertenti i riff sia per la chitarra che per la batteria. A mio parere lascia quasi a bocca aperta un ritornello come questo: di gran lunga rallentato rispetto al resto della canzone, quasi liberatorio, molto rock melodico anni ’80 nelle controvoci finali. Ma, personalmente, un gran pezzo. Assolo quasi da pelle d’oca.

9- Put You Down
Esplicita traduzione del titolo. Brano hard rock con due modalità di canto tra strofa e pre ritornello che valorizzano le capacità di questa band. Nel ritornello ricordano un pò gli AIC dei bootleg, così come i riff stessi, briosi e divertenti. La semplice distorsione è in grado di arricchire ed evidenziare le varie parti della canzone, sia nella strofa, sia nel pre ritornello che nel ritornello. Bello il rallentamento verso fine canzone, per il divertimento di Layne.

10- Confusion
Brano esplicitamente depressivo, sia per arpeggio che per voce, nella prima parte. Esplosivo, questa volta, l’attacco e l’estraeazione dei problemi personali di Layne nel ritornello, che attacca con una vera e propria rivelazione e liberazione, sia musicalmente che vocalmente. Parte armonizzata a due voci, tipically AIC, che va un pò in secondo piano, anche a causa del riaggancio con le strofe.

11- I Know Somethin
Ma sto brano da dove esce?!?! Ebbene si, quì ci si diverte in quattro: voci, chitarra, batteria e basso all’unisono per un brano che richiama le venature del passato dei quattro, con uno street metal molto rustico nei riff, molto poco grunge, moooooooolto hard rock divertente, con una incredibile ed impensabile venatura funky. Brano spesso in ombra, ma davvero grandioso. Consigliato.

12- Real Thing
Il sound quasi country e texano, accompagnati da un filo di voce blues e rock’n'roll, si sposano, non davvero molto felicemente a mio parere, nel brano conclusivo dell’album. Forse non di facile comprensione, non certamente di impatto, non sicuramente d’esaltazione di doti. Layne canta, ma non so quanto fosse lì nel brano. Jerry Cantrell c’era, ovviamente, ma gli altri un pò meno. Comunque sia una degna chiusura per un grande album. Per fortuna a salvare il brano accorre il ritornello, non malaccio, ed un wah-wah non indispensabile…





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18 09 2008

Un nuovo blog per qualcosa di vecchio. Recensioni degli album che, a mio parere, hanno fatto la storia. Sto parlando del Rock, Hard Rock, Grunge e Metal degli anni ’80-’90. Il massimo direi.

Buona lettura!








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