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Titolo: Ten
Autore: Pearl Jam
Anno: 1991
Best Songs: Alive, Even Flow, Jeremy, Black
Voto: 8,5
Alive sarà il brano più suonato dei PJ nei live
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Dire Pearl Jam vuol dire molto e tanto. Non c’è un concetto preciso che indichi la band, se non quello solo temporale di “grunge”, in quanto la band nasce a Seattle, dalle ceneri di due band: Green River e Mother Love Bone. Il grunge fa parte del loro DNA, ma in realtà il loro sound, pur non prendendo veri spunti dal passato, si ricollega in maniera migliore ad un rock poetico anni ’70 quale quello di Neil Young, distaccandosi considerevolmente dalle band contemporanee, nonchè conterranee, come Nirvana, Soundgarden e Alice In Chains.
“Ten” è un album innovativo, mai ascoltato, nuovo, che pur provenendo da un passato rock delle due band nominate in precedenza, ben riesce a dare un senso di nuovo. In realtà il merito credo vada proprio alla fusione di più caratteristiche personali dei singoli elementi della band, apparentemente e storicamente più distaccati nel sound, che riescono a dare questo “frullato” di suoni con un risultato davvero sorprendente. Nonostante un Eddie Vedder alle prime armi e nonostante questo sia solo l’inizio di una carriera sempre più povera (per quanto riguarda vendite di dischi), ma al contempo sempre più professionale, “Ten” è un album che ha lasciato il segno e che, tuttora, sa dire il fatto suo.
Consiglio fra parentesi: lettura dei testi originali (diffidate delle traduzioni, anche delle migliori!)
1- Once
Il primo brano di quest’album ha un’introduzione fatta di suoni, alla “Money” dei Pink Floyd (per farci un’idea), che ben presto si trasforma in un inizio alquanto devastante con un sound grintoso e una tempistica da pogo. “Once” fa parte del trittico delle prime tre song dell’album: Once, Even Flow, Alive. Presentano tematicamente un racconto unico, di un ragazzo… beh, a voi la traduzione dei testi. Sicuramente l’introspezione di Eddie si manifesta da subito, e questo ne è l’indice. Il serfista-benzinaio neo arrivato è senza dubbio l’innovazione radicale rispetto al resto. E “Once” ne è la prima prova. Ma non è che l’inizio. Un pezzo esaltante, con un sound atipico per quel periodo.
2- Even Flow
Per gli amanti della chitarra, ecco un brano che farà la storia. Alla pari di “Alive”, plurisuonata da una marea di band nel proprio garage, “Even Flow” è un pezzo che diverte, che esalta le doti della band, le melodie della chitarra (e non per nulla è uno dei brani inseriti in Guitar Hero) che McCready, col suo stile palesemente ispirato ad Hendrix, è in grado di far vibrare in ogni parte del brano. Chicca consigliata: ascoltare i live dove il brano dura più del doppio e dove nella parte centrale la “new entry” Matt Cameron (ex Soundgarden!!!) regala assoli mozzafiato alla batteria.
3- Alive
Bene, parliamo del brano storico della band. Posta come conclusione del trittico a tema dell’album, “Alive” è senza dubbio la canzone che più rappresenta quello che c’è di grunge nei PJ. Non tanto come “grunge” inteso nella terminologia angloamericana, ma come filosofia di vivere e di suonare in quegli anni. Forse non sarà un caso che gli accordi del ritornello richiamano perfettamente quelli di un altro brano famoso di quegli anni: “Man In The Box”, a sua volta brano storico degli Alice In Chains. Sarà un caso? Sarà che quei quattro accordi in successione erano la chiave dell’espressione e del grido rabbioso di una depressione che colpì i musicisti a Seattle? Quattro magici accordi (Mi-, Sol, Re, La) che, nonostante le sonorità positive, rappresenteranno per sempre due ritornelli storici del grunge. E non è poco!
“Alive” è simboleggiata dal riff di chitarra iniziale che invita la band a suonare il brano: un paio di note, degli stacchetti ed ecco che placida si avvia all’esecuzione. Eddie Vedder canta libero nelle strofe, per poi sfogarsi in un ritornello in attesa di una chitarra che risponde (sul RE e sul LA). La grinta non manca, ma anche la calma di una chitarra acustica a spezzare la canzone dopo il secondo ritornello, direi, non è niente male. Per non parlare dell’assolo finale, lungo, melodico, pentatonico!!! “Alive” è senza dubbio un brano che merita i primi posti delle classifiche di tutti i tempi, per gli amanti del genere e non. Un brano da 10 e lode.
4- Why Go
Un quattro quarti carico e con dei levati incalzanti dà il via alla quarta canzone dell’album. Violenta, aggressiva, con delle distorsioni allegramente suonate, funkeggianti, sulla scia del miglior Stone Gossard, col solito Mike che regala singole note, apparentemente mal suonate, che arricchiscono quella che è l’andatura della canzone prima del secondo ritornello, con Eddie gridante “Why go on?!”, andando ad introdurre un assolo degno dei migliori chitarristi che suonano con la chitarra ciò che davvero sentono, ciò che provano, come fosse sempre improvvisato, diretto. Ottimo brano, tra i migliori ed esaltanti dei PJ.
5- Black
Benvenuti nella poesia dei PJ. La band sarà solita riprendere tempi e suoni di questo brano, quasi ad indicare che le migliori ballate sono solamente canzoni rock cantate con una poesia. E “Black” è una delle più belle della band. Leggera nelle strofe, accattivante e triste nei pre-ritornelli, con un distorto triste che incide gli accordi, e poi, fantasticamente, un piano accompagna Eddie nelle melodie dei ritornelli. Semplice batteria che accompagna enfaticamente il brano, così come il basso. Mike riesce a non metterci TROPPE note e con dei bei riff puliti sulle strofe le chitarre fanno poesia. E, per chi vuole una melodia sempre in testa, le note del piano poi riprese dalla chitarra verso fine canzone, con Eddie che si sgola in una specie di torpiloquio, sono consigliate altamente! Un brano che riesce a dare una sensazione di continuità, di suono sotto effetto di droghe, di sogno. “Black” è una canzone come poche altre al mondo, e sicuramente il suo contributo in un alto voto dell’album è sostanziale. Ripeto: pura poesia. I coretti in “U” sulla parte finale accentuano l’enfasi del brano. Scommetto contro chi dice che questo brano non resta in mente anche per giorni!
6- Jeremy
E quando uno si aspetta che, in un album di esordio, i brani migliori siano finiti, ecco “Jeremy”. Dopo “Alive”, sicuramente è il pezzo più conosciuto dei PJ. Anche quì troviamo sonorità e melodie che renderanno unica la band nel mondo della musica. Un grande Eddie Vedder indica la possibilità di esprimersi al meglio in un brano. E quale meglio di “Jeremy”? Anche qui il riff di chitarra, quasi alla pari di quello di “Alive”, resterà nella storia. Il punto forte del brano è una conclusione lunga (quasi 2 minuti sui 5 totali), condotta da un’apoteosi di strumenti, voci lontane e incrociate, rullante, chitarre al limite del paranoico.
7- Oceans
Semplici accordi accompagnano in una leggerezza musicale la voce di Eddie Vedder. Un sound sobrio, quasi freddo, poco grunge, molto Neil Young. Effetti alla voce, sospensione dei strumenti, accordi e cambi tutt’altro che scontati. Un brano che scivola via, che accompagna l’ascoltatore ad un attimo di pausa, di innata calma, per due minuti e mezzo…
8- Porch
…facendo tornare il grunge quasi improvvisamente. “Porch” è la canzone di spinta nella seconda parte dell’album. Un Eddie Vedder a briglie sciolte canta quasi rappando, com’è nel suo stile ed inteso nel senso più stretto del termine (non fa rap, non mi fraintendete!!!). Innovazione, grunge, rock anni ’70 sono i sound che emergono in questo brano. Un assolo povero ed espressivo ne è il lampante esempio.
9- Garden
L’arpeggio iniziale apre il brano a chiare e rilassanti vedute. Sonorità che effettivamente aleggiano nelle strofe, ma il ritornello, per quanto possa esserci qualcosa che traspare come calmo, in realtà le distorsioni, la batteria più incisiva e la voce di Eddie, regala un impatto “grunge depresso”, tipico del 1991… ![]()
L’assolo, ancora una volta Hendrixiano, è davvero musica cantate, una chitarra parlante, un cuore col plettro…
10- Deep
Degno del miglior grunge rock in circolazione, è un pezzo brioso, quasi esagerato, al limite della pazzia, altalenante nelle sonorità. Non molto conosciuto forse a causa delle basse posizioni nell’album, è comunque un brano nel quale i PJ tendono a rockeggiare in maniera poco inedita ma molto divertente.
11- Release
Lenta e poetica conclusione per un grande album. E’ un brano tipico B-Side, anche se nei successivi PJ ci sarà più “Release” che “Jeremy”, per intenderci. Un brano scorrevole, ululato, particolareggiato da feedback di chitarra. Una buona conclusione. Non eccelsa, ma buona. Sempre grandi Pearl Jam, fino in fondo, comunque. Poi una pausa… e… SURPRISE! A voi l’ascolto




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